La croce dalle sette pietre – L’uomo lupo contro la camorra

Vi giuro che non ne ho trovate di migliori.

Di: Marco Antonio Andolfi
Con: Marco Antonio Andolfi, Annie Belle, Gordon Mitchell

Prima di tutto, un avvertimento: se siete dei neofiti nel magico mondo dei b-movies, non guardate questo film. Solo una lunga esperienza può mettere al riparo da una simile sconcezza cinematografica. Una tortura per gli occhi (la fotografia rasenta la follia) e per l’udito (la colonna sonora è inascoltabile), la suddetta pellicola esplica la propria insensatezza già nel titolo. Soltanto al prode Andolfi poteva venire in mente di mischiare due generi tanto diversi come l’horror e il dramma camorristico. Il risultato è quanto di peggio si possa immaginare. Protagonista è Marco, un giovane rincoglionito la cui madre (ma questo si scoprirà dopo) aveva una relazione orgiastica con il peloso demone Aborym, da cui è nato lui. Il padre, tenero com’è, fa esplodere la madre davanti agli occhi del piccolo Marco, che tuttavia pare non ricordarlo. Anni dopo, a Napoli (l’ambientazione è fondamentale), all’imbecille rubano una croce, quella del titolo, suo unico modo di controllare la licantropia. Ed è qui che il delirio si fa allo stesso tempo succulento e inquietante: nel cercare la croce, l’ingenuotto si mette in mezzo ai peggiori clan camorristici. Prima si fa pestare a sangue in una discoteca dove conosce la putt…la ragazza che subito si innamorerà di lui, poi, dopo una pietosa trasformazione, liquefa con la sola imposizione delle mani il ricettatore Totonno ‘o cafone (Totonno ‘o cafone!). Assistiamo poi ad un delirante flashback capace di farci perdere il senso del tempo e dello spazio, in cui si mescolano immagini di Aborym che emette una patetica luce rossa, scene che verranno dopo nel film, pezzi delle orge che ogni tanto intervallano il capolavoro. Infine, finisce a casa di don Raffaè (guagliò, che fantasia!) Esposito, patetico boss con agganci in politica. Qui avviene la trasformazione in tempo reale (leggi: a scatti) del protagonista. Avete visto L’ululato? Bene, dimenticatelo: qui si va avanti a forza di foto, finchè il povero Marco è trasformato in una ridicola bestia uguale a com’era prima, ma con dei peli farlocchi sul pacco e una maschera tipo Uomo Tigre sul volto, mentre i suoi vestiti appaiono e scompaiono con una certa disinvoltura. Condiscono il tutto ruggiti fuori sincro e grotteschi cinguettii. Poi, non chiedetemi come nè perchè, finisce a Roma da una medium, che se lo porta a letto senza che lui opponga troppa resistenza. Dopo averla letteralmente uccisa di sesso e aver fatto secco anche un ragazzino con un mitra, che non si capisce da dove arrivi, riparte con la croce, per iniziare una nuova vita con la squallida morettina. L’apparizione del volto di Gesù sul cupolone di San Pietro (!) completa il delirante quadro. Ah, c’è anche un sacerdote dall’indegna mimica facciale, che però, essendo totalmente estraneo alla trama e morendo a casaccio verso la fine, risulta abbastanza insignificante.
Non si contano le scene (s)cult: l’arresto iniziale dei due ladruncoli (“non sugno stato io, marescià!”, “non mi arresti, commissà”). Il pestaggio nella discoteca, in cui assisterete ai pugni più finti della storia. Gli spaccati napoletani, una specie di caricatura di tutti i luoghi comuni partenopei. Il patetico melodramma familiar-camorristico della sciaquetta, e le sue incredibili battute (“ti amo, amore mio, ti amo!”). Gli esilaranti spezzoni delle orge sataniche, con donne frustate e profluvi di invocazioni al maligno dello spessore di “sono tua, Satana” e “il tuo dolore è il mio piacere, vieni Satana!”. Le inconcludenti indagini dei due agenti, che arrivano a scoprire una rete di collegamento tra camorra, terrorismo, massoneria e politica: un’analisi sociale che ha ispirato (ne siamo certi) anche Roberto Saviano. Tra l’altro, va sottolineato come il problema di fondo del protagonista non sia nè la malavita (“don Raffaè, io mai mi sarei permesso se non fosse una questione di vitale importanza”) nè l’amore per la mora (tant’è che appena può si porta a letto la medium puttanona, e vi risparmio la recitazione in quella scena), quanto la sua stupidissima croce gemmata, poco più che un pezzo di bigiotteria, trovabile a lire mille in qualsiasi bancarella napoletana. Completano il tocco gli interpreti, a dir poco imbarazzanti, e un montaggio che è forse il peggiore dell’intera storia del cinema. Last but not the least: nel 2007 ne è uscito un seguito, dal titolo Riecco Aborym. Brivido!

Produzione: ITA (1987)
Punto di forza: è un delirio talmente mal girato che dopo un pò si smette di pensare alla trama, e ci si fa prendere dalla follia che pervade il film.
Punto debole: se questo film si diffonde, la Lega Nord diventa partito di maggioranza.
Come trovarlo: dubito seriamente che sia mai uscito in DVD. Forse in videocassetta, o su Internet. Ma la reperibilità è molto, molto bassa.
Da guardare: con l’ambulanza ad aspettarvi fuori. Si corrono dei rischi.

Un assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=B611ROsP7Vc

Pubblicato il gennaio 30, 2011, in 1980 - 1989, Horror con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. E’ bello vedere che ci sono altre persone che desiderano farsi male e guardare questi “film”. io me lo sono sparato addirittura due volte…impagabile!

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