Sangraal – La spada di fuoco

Prostratevi, oh mortali.

Di: Michele Massimo Tarantini (come Michael E. Lemick)
Con: Peter McCoy [Pietro Torrisi], Antony Freeman, Sabrina Siani, Hal Yamanouchi

Attenzione, non fatevi ingannare dal nome del regista: non v’è alcuna parentela con il più famoso Quentin (anche l’ultima lettera è diversa). MMT è noto più che altro per le sue commedie scollacciate, che lanciarono attori come Alvaro Vitali e Lino Banfi (La moglie in bianco… l’amante al pepe), nonchè per essere stato aiuto regista del Gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda. Detto questo, passiamo al film: dopo il successo del più celebre Conan schwartzeneggeriano, si decise di approfittarne, creando questo orrendo Sangraal, la spada di fuoco. Prima che me lo chiediate: non esiste una “spada di fuoco”; altro non è che il nomignolo dato al protagonista, non si sa perchè. Spendiamo due parole sul mentecatto in questione: Sangraal è un bimbo la cui famiglia viene sterminata insieme all’intero villaggio da un turpe guerriero. Abbandonato alle acque, non sappiamo più nulla della sua sorte finchè non lo ritroviamo, cresciuto, mentre guida una banda di vegliardi derelitti verso la terra promessa: un villaggetto pacifico abitato da una tettona mora e dal suo vecchio padre. Venti minuti dopo, il malvagio Nantuk, per soddisfare la malvagia dea del fuoco, che lo insulta e lo denigra ogni volta che può, crocifigge il povero Sangraal e lo costringe a guardare la distruzione del villaggio (e due!) nonchè la morte della sua bionda fidanzata. Decide allora, insieme alla mora maggiorata e ad un cinese (da dove cazzo salta fuori un maledetto cinese?!), di trovare un vecchio saggio che, secondo Uang (questo l’originalissimo nome dell’orientale), sarebbe in grado di riportarla in vita. Tra l’altro, una volta incontrato il santone, un nero con degli asciugamani addosso, questo gli dice che non c’è più nulla da fare per salvare la biondina slavata, e che però potrà prendersi la rivincita combattendo le “forze del male”. Per raggiungere Nantuk si incammina allora con i patetici amici, che non perdono l’occasione di mostrare il culo (lei) e di snocciolare insopportabili proverbi cinesi mai esistiti (lui), mentre Sangraal, che è sostanzialmente una nullità, le prende da tutti e se la cava solo grazie ai due pagliacci che gli vanno appresso. Incontreranno, nell’ordine: un gruppo di sacerdoti di Nantuk che, invece di accerchiarli e ucciderli (sono centinaia!), gli lanciano addosso delle pietre palesemente di polistirolo; alcuni simil-zombi ciechi, delle comparse pitturate malissimo e con un sacchetto del pane in testa; dei patetici uomini-scimmia che tentano invano di sacrificare Sangraal, che tuttavia verrà salvato dall’immancabile Uang. Purtroppo, quest’ultimo viene ucciso subito dopo (a vederlo sembra muoia d’infarto!), e la bella mora rapita, denudata e frustata senza motivo (osservate bene: non si vede un solo segno di frusta). Sangraal trova intanto l’arma degli dei (una balestra di due metri e mezzo, inservibile per lanciare frecce ma ottima come clava) e affronta il cattivo. Su quest’ultimo scontro è bene soffermarsi, perchè i due si inseguono e si picchiano per terra, in acqua e nella foresta, vestiti con degli imbarazzanti costumi aderenti e inumiditi dal fiume: in sostanza, una scena da porno gay (la recitazione non aiuta). Una volta sconfitto Nantuk, fa fuori anche la dea con un colpo di balestra (che spara tre frecce nella stessa direzione, mentre prima erano una al centro, una a destra, una a sinistra!) e se ne va limonandosi la mora, avendo già dimenticato la bionda morta per colpa sua. Evidentemente, morto un papa se ne fa un altro.  Tarantini realizza un vero capolavoro del ridicolo, più vicino ad Arraphao che a Conan il barbaro. I generosi nudi delle protagoniste, che prima o poi si spogliano tutte, non dispiaceranno al pubblico maschile, mentre il combattimento finale sembra più un contentino per le spettatrici (dubitiamo che sia andato a buon fine). La cosa più divertente è che tutti i personaggi sono dotati di una propria comica personalità, che rende irresistibili le scene degli scontri e dei dialoghi. Gli effetti speciali, se escludiamo le due patetiche scene splatter in cui un uomo viene sbudellato e a un altro vengono tagliate le mani, sono ai limiti dell’amatorialità: non si vede una sola ferita sul corpo di nessuno. Infine, probabilmente ispirato dall’Armata Brancaleone di Monicelli, Tarantini obbliga i pessimi attori a sua disposizione a parlare un volgare maccheronico, con frasi come “morrai!”, “non lo riesco ad udire!”, “che le tue anime dannate (quali? n.d.a.) raccolgano il tuo ultimo respiro”. Cult assoluto!
PS: non perdetevi le musiche deliranti (a metà tra un coro gregoriano e una demo di Fatboy Slim), e soprattutto il mitico motivetto con la gente che grida “Sangraaaal!”.

Produzione: ITA (1982)
Punto di forza: i vergognosi dialoghi dei protagonisti. “Sangraal! Ti ucciderò con queste mie stesse mani! Non puoi sfuggirmi!”. Fantastico!
Punto debole: le scene dove c’è il cinese sono irrimediabilmente patetiche. E il pezzo in cui trova l’improbabile balestrone è davvero noioso.
Come trovarlo: essendo un film trash che più trash non si può, e nonostante sia uscito in dvd, non è facilmente reperibile.
Da guardare: con gli amici. Fa davvero ridere, credetemi.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=Vq6PjLLPIqE (le temibili scimmie degli alberi!)


Pubblicato il marzo 12, 2011, in 1980 - 1989, Altri Capolavori con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

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