I drink your blood

La locandina dice tutto...

Di: David E. Durston
Con: Bashkar, Jadine Wong, Alex Mann

E’ il 1970. L’America è in subbuglio: il sogno dei figli dei fiori inizia a trasformarsi in un incubo, a causa dell’LSD. La guerra in Vietnam si avvia alla sua naturale conclusione, con gli yankees, sconfitti e depressi, che non ne possono più di morire in estremo Oriente per una causa in cui, ormai, non si crede più. L’autorità delle istituzioni diminuisce. Un anno prima, Charles Manson e la sua “famiglia” massacrano Sharon Tate e numerose altre persone a Cielo Drive, nel cuore del sogno americano. In questo clima, e chiedo scusa per l’excursus storico, nasce I drink your blood. Del film so poco o nulla, ma non mi stupirei nello scoprire che i finanziatori sono il Partito Repubblicano o qualche setta di fanatici nazisti americani. La trama è molto semplice: un gruppo di hippies satanisti dediti alla droga, al sesso e alla violenza trova rifugio in una cittadina con 40 abitanti. Lì, dopo aver stuprato una povera ragazza, si accaniscono pure contro il di lei nonno, picchiandolo e drogandolo. Ma questo scatenerà la vendetta del piccolo Pete: l’insopportabile bambino, che possiede conoscenze chimico-mediche superiori a quelle di Ippocrate e del dottor House messi insieme, uccide a fucilate un cane rabbioso, ne preleva il sangue e lo inietta nelle tortine che gentilmente offre alla banda di disgraziati. Ovviamente, questi saranno trasformati in ridicoli mostri assatanati con bava alla bocca e sguardo esaltato da babbei. Ma il regista voleva di più: ed ecco che, con lo stratagemma più penoso della storia (una delle contagiate si porta a letto qualcosa come cinquanta muratori!), il contagio si espande, costringendo il piccolo Ippocrate, la sorella e una casalinga del luogo ad un assedio disperato. Alla fine, l’intervento della polizia (più che altro dei loro fucili) riporta l’ordine nella cittadina, e Pete può vagare nei campi con una pistola in mano (?).
La pellicola è stata molto apprezzata da Quentin Tarantino, e, conoscendo i suoi gusti, non ho difficoltà a capirne i motivi. Intendiamoci, alcune scene sono girate in modo discreto. Il problema è la sceneggiatura: il regista era evidentemente convinto che gli hippies degli anni sessanta fossero tutti satanisti e drogati. Non c’è un solo personaggio credibile: i muratori sono ovviamente dei maiali rincoglioniti, incapaci di resistere al richiamo della foresta (chiamiamola così); i buoni sono senza peccato, coraggiosi, ordinati. Il meglio di sè, però, Durston lo da nella descrizione degli otto imbecilli: a forza di mostrarli sadici, crudeli e dissoluti finisce quasi per renderli simpatici, mentre il protagonista, Pete, è talmente melassoso da spingere a desiderarne la morte dopo venti minuti di film. Esilarante la recitazione: i contagiati si distinguono per una bavetta bianca agli angoli della bocca e per le urla da sciamannati che lanciano a sottolineare i momenti più spaventosi. Non c’è un solo tratto della cultura americana moderna che non sia massacrato: la questione razziale (l’unico di colore è nelle fila dei cattivi, mentre i buoni sono tutti bianchi!), il rock (i satanisti invocano Satana facendo il tipico gesto delle corna), il rispetto per i lavoratori (il sindacato dei muratori dovrebbe denunciare il regista per calunnia e diffamazione) e, ovviamente, i figli dei fiori. Il realismo è completamente sacrificato all’ideologia: esilarante il motivo per cui nessuno, almeno fino alla fine, chiama la polizia o qualche dottore per curare la vittima dello stupro (“la città più vicina è a otto miglia da qui”, attenti a non finire la benzina). C’è poi una scena incomprensibile, quella della cantina: i rabbiosi invadono la casa della casalinga, che si rifugia in cantina. Lì uccide l’unico che era riuscito ad entrare, per poi risalire; ma gli altri dove sono finiti? Concludiamo con una menzione alla colonna sonora: audiolesiva, inascoltabile, con suoni elettronici anni ’70 che si mischiano a poderose motoseghe. Quentin, pensa a Kill Bill, che è meglio.

Produzione: USA (1970)
Punto di forza: lo stesso di Blood Freak: è divertente constatare fin dove può arrivare il bigottismo statunitense.
Punto debole: le trashate non sono mai particolarmente imponenti, e spesso il film si prende davvero troppo sul serio.
Come trovarlo: è sicuramente uscito in qualche collana tipo “Grindhouse presents”.
Da guardare: vietato ai deboli di stomaco.

Un piccolo assaggio: http://www.youtube.com/watch?v=n-vdVgiytEo (il patetico trailer)

Pubblicato il giugno 10, 2011, in 1970 - 1979, Horror con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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