Primavera di granito

Non avendo trovato locandine nè immagini, eccovi una bella vista di Nuoro dall'alto.

Di: Ignazio Frogheri
Con: Adriana Gaddari, Ignazio Sias, Salvatore Deledda, Johnny Boi

La regione Sardegna, terra di antiche tradizioni e grande cultura, non ha alcuna intenzione di restare esclusa dal vasto mondo dello Z-movie, e ci regala questa incredibile perla del regista Ignazio Frogheri, che consacra la terra di Grazia Deledda come patria indiscussa del thriller poliziesco all’amatriciana. Lontano dai poliziotteschi anni ’70, Frogheri confeziona una storia tenuta su con lo spago e recitata da gente cui manca solo di latrare. Un boss della droga francese, Monsieur Le Blanc, pronunciato “messiè le blah” per tutto il film, decide di piazzare la propria merce a Nuoro. Come gli sia venuta questa malsana idea, non è dato saperlo. Per mettere in atto il suo piano criminoso, vorrebbe servirsi di una banda di straccioni dedita al furto nei supermercati (probabilissimo), che recupererebbe i trecentomila dollari necessari svaligiando un furgone portavalori che è poi una Fiat Punto. Alberto, uno dei quattro scemotti, rifiuta l’offerta, e in tutta risposta Le Blanc prima lo fa incarcerare, poi ne fa stuprare la moglie e infine lo uccide. A quel punto le cose precipitano, fino all’inevitabile lieto fine.
Non c’è modo di descrivere la presunzione di una simile pellicola: lo stile di regia ricorda il Vito Colomba di Quattro carogne a Malopasso, ma il tema inequivocabilmente serio trasforma un B-movie in un vero capolavoro dell’assurdo. Ambientare una storia del genere a Nuoro non fa che aumentare il disagio dello spettatore: l’accento degli attori è veramente ridicolo, e Caressa, uno dei protagonisti, parla come Pino La Lavatrice. Basti pensare che in molte scene gli attori si impappinano e non riescono a finire la frase, ma Frogheri non pensa minimamente di rifare il tutto. Menzione speciale per Le Blanc, che parla un francese maccheronico (mai la lingua di De Gaulle è stata tanto vituperata) pieno di “mèrde!” e “rien ne va plus”. L’audio è pessimo e metà dei dialoghi se ne vanno, sormontati dall’insopportabile ronzio di fondo. Persino quelle sequenze che vorrebbero essere drammatiche, come gli scippi o lo stupro della fidanzata di Alberto, finiscono per strappare al massimo qualche sorriso. La colonna sonora è composta principalmente da un pezzo: un riff di chitarra rubato chissà dove e ripetuto fino allo sfinimento per oltre un ora e mezza, mentre gli impiastri fanno barbecue, sparano cazzate, si dedicano a tentativi di seduzione al limite del patetismo (la scena nel ristorante è da antologia dello squallido), o, nel caso della vedova di Alberto, a metà film iniziano un piagnisteo indegno persino delle peggiori telenovelas brasiliane. Mirabile, in proposito, il commovente colloquio in carcere (nella realtà, una casa normalissima con tanto di mobili e quadri) in cui lei chiede ad Alberto di uscire da lì, dando per scontato che lui lo possa fare. Anche il di lui padre, saputo che il figlio è passato a miglior vita (glielo comunica il commissario, con tatto tipicamente sardo), si esibisce in una frase fenomenale: “è la prima volta che sento una cosa del genere”!

Produzione: ITA (2001)
Scena madre: questa non è proprio una scena, ma un elemento interessante: il piano per svaligiare la Punto portavalori può avere successo solo se i poliziotti rispettano una determinata tabella di marcia, che include pure una pisciata sempre alla stessa ora! Precisione chirurgica!
Potresti apprezzare anche…: Quattro carogne a Malopasso. In alternativa, il filmato della Prima Comunione.
Come trovarlo: è pressochè irreperibile, ma si può comodamente cercare su Youtube. Inoltre, gira voce che sia uscito in VHS.
Da guardare: per chi ama queste cose amatoriali.

Un piccolo assaggio:  (è una visione pesantissima!)

Pubblicato il dicembre 21, 2011, in 2000 - 2009, Altri Capolavori con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Una disperata difesa d’ufficio, da parte di un nuorese: non potendo fare il miglior film della storia del cinema italiano si è dovuto ripiegare nella direzione opposta.

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