Bloody psycho

No, non ci sono serpenti. E neppure un'accetta. Tanto valeva metterci una motosega e dei lemmings.

[Krocodylus1991, Nehovistecose]

Di: Leandro Lucchetti
Con: Peter Hintz, Loes Kamma, Brigitte Christensen

Con Bloody Psycho, titolo peraltro incomprensibile data la trama, la collana Lucio Fulci presenta comincia a scavare sul fondo del barile, già toccato dai precedenti capitoli. Una delle attrici si chiama Sacha Darwin (di lei parleremo dopo) e proprio il grande Darwin vogliamo scomodare, per parlare della involuzione umana dal regista all’incapace. Cosa si sia fumato Lucchetti quando ha girato la suddetta fetecchia non è dato sapere; il risultato è uno degli horror più brutti di sempre, al limite dell’inguardabilità. Il protagonista è Voegler, un famoso pranoterapeuta dall’insopportabile movimento sopraccigliare, chiamato al castello di una frigida baldracca perchè la aiuti a recuperare l’uso delle gambe. Una volta lì, un barbone gli dice la prima frase del film: “il fottuto castello…è maledetto”. Cominciamo bene. In seguito ad alcune visioni, Voegler inizia la sua indagine sui fantasmi che popolerebbero la magione. Da qui in poi la trama si fa più confusa: diremo soltanto che Voegler, pur non essendo la copia sputata di George Clooney o Raoul Bova, diventa l’unico desiderio sessuale di ogni femmina minimamente procace, che la paraplegica in realtà cammina e ha una relazione con la cameriera e che un misterioso mostro in carrozzella fa strage di chiunque sia stato coinvolto in un delitto risalente al 1970. Molti personaggi appaiono e scompaiono senza una logica: dall’avvocato Coen, al barbone, alla giornalista Sacha, per arrivare al “figlio del guardiacaccia”, un pacioso autoctono che appare, dice due cazzate e se ne va, inserito probabilmente per allungare il minutaggio.
Il prezioso cast è composto da relitti del cinema di genere: Sacha Darwin, che interpretava la leggendaria Zia Marta nell’omonimo film, è la giornalista Sacha (che fantasia!), una incapace totale che deve ricorrere agli archivi dei giornali per scoprire fatti accaduti vent’anni prima, una roba che in qualunque paese basta chiedere a un cinquantenne. L’attore più comico è però l’avvocato Coen, interpretato da Paul Muller. Proprio lui, il mitico visconte Cobram di Fantozzi! Sulla trama non c’è molto da dire: l’incomprensibilità è degna dei remake turchi, e ancora stiamo cercando di capire in che modo fossero imparentati i personaggi e cosa c’entri il prete alla fine e perchè mai sia un satanista e mille e mille altre cose. Facciamo un esempio: Voegler si comporta da perfetto straniero per un’ora di film, poi si ricorda che lui passava le vacanze proprio lì, e conosceva pure alcuni dei personaggi! Il colpo di scena non serve a nulla, giacchè nel passato del pranoterapeuta non vi sono misteri. Insomma, se fosse stato un cyborg mandato dal futuro avrebbe avuto la stessa plausibilità. A proposito di pranoterapia: non me ne intendo affatto, ma sul serio qualcuno può credere che un imbecille sia in grado di guarire con la sola imposizione delle mani? E chi sei, Gesù Cristo? Ma poi, sinceramente, mettiamo insieme alcuni elementi. Un pranoterapeuta che si improvvisa detective non richiesto. E già qui il ridicolo è servito. Ora passiamo al mostro: una mummia in carrozzella che uccide investendo le vittime con le sue ruotine. Lo riscrivo, sottolineandolo: una mummia in carrozzella che uccide investendo le vittime con le sue ruotine. Non serve aggiungere altro. Ah, ovviamente no, non si capisce da dove salti fuori nè perchè agisca così, anzi, a dire il vero non si capisce proprio nulla di nulla. Nè della trama nè, per esempio, di come possa qualcuno su una sedia a rotelle sfondare una finestra, investire la vittima e squarciargli la carotide lasciando pure tracce di sgommate sulle pietre. Tutto vero.
Con queste premesse poteva venirci fuori un capolavoro, destinato a condividere con La croce dalle sette pietre il titolo di peggior film horror mai girato. Purtroppo, Lucchetti punta troppo all’allungamento della durata e alle scene piccanti (piccanti per modo di dire, non si vede nemmeno una tetta), trasformando un potenziale pilastro del trash in un ciofecone da almanacchi, e restringendo al massimo le scene splatterose. Ecco quindi che spuntano le riprese della campagna, l’inutile camminata al cimitero e la musica western totalmente fuori luogo a circa metà film, una scelta stilistica che ci ha lasciati esterrefatti. Le piccole trashate sono numerose, ma non bastano a risollevare un simile mattone, non a torto definito anche da Wikipedia “il peggior film horror italiano”, poichè “la regia è molto scadente, la recitazione abbastanza pessima e la sceneggiatura ha molti buchi”. Siamo d’accordo.

Produzione: ITA (1989)
Scena madre: lo yogurt. Non posso descriverla, perchè è troppo assurda per essere vera e perchè vi rovinerei la sorpresa. Notate solo: 1) La faccia dell’attrice, che sta per morire soffocata. 2) La faccia di lui, che semplicemente nun se pò guardà.
Punto di forza: le gag involontarie già elencate, appena sufficienti perchè lo spettatore non si addormenti.
Punto debole: per girare un buon film trash serve un minimo di basi tecniche. Lucchetti non le ha.
Potresti apprezzare anche…: Voci dal profondo, che c’era pure Sacha Darwin.
Come trovarlo: sembra incredibile, ma questo ammasso di popò è uscito in DVD.

Un piccolo assaggio:  (ecco l’intero film, le parti più comiche sono le ultime due)

Pubblicato il aprile 5, 2012, in 1980 - 1989, Horror con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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