Yeti

Sono queste locandine che ci fanno venir voglia di vedere i film!

[Krocodylus1991, Gatoroid]

Di: Paul Ziller
Con: Carly Pope, Peter DeLuise, Ona Grauer

Un film definito da Wikipedia “versione splatter di Alive” che, al classico canovaccio della tragedia aerea, aggiunge elementi di spicco che richiamano alla memoria dei trashofili il film Yeti, castroneria italiana del 1977 e cult del genere, non può che attirare le nostre attenzioni. L’inizio promette bene: nell’aereo c’è una squadra di football americano che, senza un perchè, si accompagna con due fratelli cinesi, un paio di gnocche d’ornamento e una inverosimile direttrice sportiva non ancora trentenne. L’aereo cade a causa di una tempesta in CG, e i poveretti si ritrovano sperduti a 4500 metri sull’Himalaya. La catena montuosa si presenta subito come un pò insolita: a parte la presenza dello yeti, visto per dieci secondi sfocati durante i titoli di testa, segnaliamo alberi in fiore, fauna e flora rigogliose e una temperatura abbastanza mite da permettere ai ragazzotti di stare tranquillamente in maniche corte. Nel giro di poche ore, i pivelli scatenano tutti gli stilemi tipici del genere: indecisione su chi deve comandare (e non si capisce perchè in un gruppo così risicato debba esserci un leader), gelosie, lutto fintissimo dei parenti morti. Intanto, ogni notte lo yeti arriva e si porta via un cadavere: una ragazza lo vede, ma non viene creduta. Ora, i cadaveri sono una dozzina al massimo, e sono i loro amici e compagni: una verifica sarebbe abbastanza semplice. Ma questa idea non sfiora neppure i cervelli annebbiati dei giovanotti. Al momento di scegliere se mangiare o meno i cadaveri, il regista Paul Ziller ci regala una perla d’altri tempi: il capetto della situazione inscena un melodramma a base di “non guardatemi, vi prego”, e via a squartare. Quando torna, porta cinque o sei rettangoli rosa che Ziller vorrebbe farci credere estratti da un cadavere con un vetro rotto! Ed ecco che arriva lui, lo yeti. In alcune scene si tratta di un poveraccio con un costume da Chewbecca bianco, mentre per i salti di 30 metri e le inquadrature più ostiche si ricorre alla solita CG scadente. Nel finale, grazie anche all’aiuto di due insopportabili guide alpine tra cui un clone sbiadito di Bear Grylls, alcuni dei mentecatti riusciranno a salvarsi. Purtroppo. Ah, c’è anche uno che riesce a sopravvivere cinque giorni da solo, nella neve, con due gambe rotte e un razzo in un occhio. Quei cornuti dei suoi amici lo lasciano lì, ci penserà lo yeti. Seccante.
Tralasciamo gli effetti speciali: tutte schifezze che abbiamo già visto altrove. Sorprende, invece, il comico doppiaggio italiano, indegno di una puntata di Centovetrine, così come lascia basiti l’assoluta prevedibilità degli avvenimenti. Gatoroid ha vinto facilmente la scommessa iniziale secondo cui il biondissimo protagonista avrebbe finito per mostrare alla lanciatrice di giavellotto (per cortesia!) la propria atletica asta. Fin da subito è chiaro chi vive e chi muore, anche se tutti sono così stupidi e incapaci che vien quasi da tifare per lo yeti. I due bambocci di cui si diceva, peraltro, sono protagonisti di una scena epica: mentre lui cerca di catturare una lepre con una valigia (l’Himalaya pullula di leprotti, lo sapevate?), lei lancia un manico di scopa affilato sulle rocce, manco fosse Ryu il ragazzo delle caverne, e accoppa la ridicola palla di pelo spacciata per l’animale, giustificandosi poi dicendo di aver vinto non si sa quale competizione di lancio. Il comportamento delle due guide alpine, che vanno a cercare i superstiti ridacchiando, è altrettanto scandaloso: nel momento di massima tensione osservano i ragazzi con un binocolo, e la visuale lascia chiaramente intravedere che si trovano a pochi metri di distanza! Le abilità del mostro sono inoltre encomiabile: oltre a saltare come un pazzo è pure un maniaco sessuale, come si intuisce dalla vergognosa scena della grotta. Sa poi spappolare le teste umane come meloni (sia con le mani, sia con i piedi), e, nella scena migliore del film, staccare una gamba al soccorritore e usarla per picchiarlo!

Produzione: USA (2008)
Scena madre: quella in cui lo yeti prende la guida e, come si dice alla romana, “je stacca ‘na gamba e je ce mena”. Superlativa.
Punto di forza: la realizzazione è talmente scandalosa da poter stupire. Nonostante tutto.
Punto debole: non dimentichiamo che si tratta di un film realizzato apposta per le pay-tv: un riempitivo tra una partita e l’altra, insomma.
Potresti apprezzare anche…: Skeletonman. Ma così, non sapevo cos’altro metterci.
Come trovarlo: essendo un film tv, dubito sia uscito in DVD, e anche fosse la cosa non m’interessa.

Un piccolo assaggio:  (direttamente da Sky, l’intero film! PS: la sequenza della gamba è verso la fine…)

Pubblicato il aprile 14, 2012, in 2000 - 2009, Godzilla & Friends con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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