Demonia

Anche la suora se lo sta chiedendo: "Che ci faccio in questa ciofeca?"

Anche la suora se lo sta chiedendo: “Che ci faccio in questa ciofeca?”

[Krocodylus, Nehovistecose]

Di: Lucio Fulci
Con: Brett Halsey, Meg Register, Lino Salemme, Al Cliver

La pesantezza di Fulci colpisce ancora, con un film talmente sonnacchioso che persino uno dei membri dello staff ha accusato il colpo, non riuscendo a vedere il quarto d’ora finale. Agli sgoccioli della sua carriera registica, Fulci ricorre al vecchio canovaccio delle suore indemoniate, tipico di un certo cinema horror di serie Z, soprattutto spagnolo. Per rendere più avvincente (sic!) la cosa, ci piazza come protagonisti degli archeologi alcolizzati provenienti da Toronto, Canada. Questi simpatici inetti si trasferiscono in Sicilia, nel paesino di Santa Rosalia, ufficialmente per delle ricerche, anche se il loro unico pensiero sembra essere la baldoria. Parlando tutti subito un perfetto siciliano (non facciamoci domande, Fulci è Fulci), si ambientano meglio che possono, ma alcuni personaggi del luogo cercano di dissuaderli: il moribondo sindaco, gli anziani locali e Turi De Simone, il macellaio, un vero caso umano. Laisa (lo sappiamo, si scrive Liza, ma la pronuncia maccheronica accentuatissima è veramente fenomenale), un’archeologa, inizia ad avere delle visioni, e scopre l’indicibile (che noi comunque sapevamo già dal prologo): nel Medioevo, un gruppo di suore, immemori del matrimonio con l’Altissimo, si dedicava a orge sataniche fornicando in modo non ortodosso. Una di loro rimase incinta, e per nascondere le cose le monache bruciarono il neonato (anzi, un Cicciobello spacciato per neonato). Gli abitanti del paese, cioè una decina di mentecatti, decisero quindi di crocifiggerle: questa scena sarà ripetuta un cinque-sei volte in tutto il film. Ma essendo fondamentalmente pigri, si dimenticheranno di rimuovere i cadaveri crocifissi dai sotterranei, e partirà la maledizione. Il finale, pur non privo di scene trash d’eccezione, è assolutamente incomprensibile e non sarà descritto in questa sede.
Siamo di fronte ad un non-film, diretto con i piedi e scritto sotto l’effetto di qualche droga. La trama è un temino mal sviluppato, il più delle volte risulta incomprensibile e la recitazione degli attori raggiunge livelli degni di Quattro carogne a Malopasso, soprattutto la protagonista, dotata di un’unica espressione stupita-spaventata. In compenso, le scene tenute insieme con lo spago offrono una sequela di immagini trash decisamente superiori alla media. Fulci pare, ogni tanto, addormentarsi sulla cinepresa, producendo zoom vertiginosi fastidiosissimi e intensi, pallosi primi piani di Laisa. Si comincia a ridere quando la donna in questione prende a picconate un quadro della Madonna (nel senso che la raffigura). Si prosegue con il macellaio, uno spiritato che esclama, con solennità, la frase-tormentone del film: “Ascolta le parole di Turi De Simone, il macellaio di Santa Rosalia!”, accompagnata da uno sguardo alla Marty Feldman. Il culmine è raggiunto dalle feste intorno al fuoco degli archeologi: il gruppo di pazzi inizia a cantare, in preda all’ubriachezza, una qualche canzone totalmente stonata e fuori tempo, indegna nel suo storpiare insieme country e folk irlandese; questa scena, che dura circa 10 minuti, vi distruggerà. La seconda parte di film è ancora più tediosa, ma regge bene grazie ai consueti omicidi ridicoli: notevole, in questo senso, l’arpione sparato dal fantasma, che va a perforare un rigidissimo fantoccio. In seguito, una nave provvederà a tirare su l’ancora con attaccata una meravigliosa testa di cartone. L’omicidio più bello è però quello del povero Turi: capitato non si sa come nel proprio macello, viene colpito più e più volte con un prosciutto (!), bastonato dalla carcassa di una mucca e infilzato al collo da un gancio svolazzante. Per finire, gli viene tirato fuori mezzo metro di lingua, che viene inchiodato al legno; l’assassino se ne va abbassando la temperatura e congelandolo. Detta così può anche sembrare agghiacciante, ma la recitazione dell’attore e il prosciutto assassino eliminano qualsiasi tipo di tensione. Nel finale un tizio viene diviso in due in modo alquanto ingegnoso, nella scena più splatter del film, che non riveleremo.
Ma non basta, perchè, oltre alla scena madre (descritta più in basso), Fulci ci regala un’altra morte improbabile: una signora che viene sbranata dai gatti. Il punto è che le simpatiche bestiole non hanno la minima voglia di seguire il copione, e gli assistenti di scena sono costretti a tirarli in faccia all’attrice, che fa tutto da sola. Poi, per non farsi mancare nulla, dalla testa finta della donna vengono cavati gli occhi. Apoteosi!

Produzione: ITA (1990)
Scena madre: dicevamo di una morte ridicola: eccola. Due archeologi, ubriachi fradici, si scambiano facezie. A un certo punto sono attratti da una voce di donna, dovuta ai fantasmi delle suore. Uno di loro va verso la figura e…si getta in una buca piena di spuntoni di legno! L’altro, non contento, lo segue e, con un altro tuffo degno delle Olimpiadi, ne ripete il gesto. Il tutto con un atroce filtro blu lesivo per la retina.
Punto di forza: le singole scene, che, prese una per una, valgono più del totale.
Punto debole: lentezza e prolissità tipiche di molti degli ultimi film di Fulci.
Potresti apprezzare anche…: Riti, magie nere e segrete orge nel trecento.
Come trovarlo: è uscito in DVD sul mercato anglosassone.

Un piccolo assaggio:  (la morte del povero Turi!)

2,5

Pubblicato il dicembre 13, 2012, in 1990 - 1999, Horror con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. Grazie per avermi citato nella squadra, nonostante io mi sia addormentato guardando l’imporponibile boiata…

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