Scusa ma ti chiamo amore

In effetti è un film degno di Cetin Inanc!

In effetti è un film degno di Cetin Inanc!

[Krocodylus, Satchmo, ElTigre, IlCarlo]

Di: Federico Moccia
Con: Michela Quattrociocche, Raoul Bova, Veronika Logan

Ci sono parole che attraggono i cinemasochisti meglio di una calamita. Se dico “Bruno Mattei”, al cinemasochista viene l’acquolina in bocca, pregustando l’ora e venti di anti-cinema che si sorbirà in serata. Ma se dico “Federico Moccia”, ecco che ben quattro membri dello staff si ritrovano per affrontare, con grande spirito cameratesco, il re del non-talento, il profeta degli adolescenti sbandati e delle trame improbabili. E Moccia, incredibilmente, stupisce; visto nell’ottica giusta, il suo film è quasi spassoso. L’ottica giusta è il più gretto maschilismo, che spinge a vedere la sequela di assurdità della pellicola come la conferma di un modo di pensare risalente al Medioevo: le donne sono tutte un pò baldracche e poco intelligenti, fortuna che ci sono i maschi a metterle in riga.
Il primo esempio del maschilismo alla Moccia è fornito dai primi quattro minuti di film: la compagna di Raoul Bova lo pianta in asso con un irritante biglietto-lettera, abbandonandolo al suo destino. Alex, questo il nome del protagonista, si consola nel modo migliore: festicciola con l’amico avvocato, alcool, droga e puttane dell’est europeo. Compromessa la serata a causa di un cocainomane dilettante, che fa accorrere le forze dell’ordine, Alex è costretto a rinunciare alla festa, da cui comunque non si sentiva granchè attratto. Questi cinque minuti sono forse i migliori del film. Poi facciamo la conoscenza delle protagoniste femminili, che a vederle fanno rimpiangere i bei tempi in cui la donna stava in cucina: le quattro diciassettenni si chiamano O.N.D.E, dalle loro iniziali (noi ne volevamo cinque: Tina, Rebecca, Ortensia, Ilenia, Erika, fate voi l’acronimo); i loro hobby preferiti sono delle gare in macchina con mezzi rubati, che inevitabilmente si schiantano in stile Destruction Derby, e bullarsi della loro verginità perduta da anni, sfottendo l’unica di loro che ancora non l’ha data via. Una delle quattro, Niki, ha un incidente con Alex. Lui, invece di darle due schiaffi e chiamare i genitori, le da un passaggio, le permette di appoggiare i piedi sul cruscotto della macchina e al ritorno da scuola la riporta a casa. Ognuno ha i suoi problemi: lei deve sorbirsi il fidanzato, un rapper coattissimo interpretato dal figlio di Vasco Rossi, nostra vecchia conoscenza per AlbaKiara, mentre lui è impegnato in una gara tra pubblicitari; se perde, in piena tradizione fantozziana, sarà spedito a Lugano. Dopo due o tre giorni in cui lei lo sfrutta come taxi, accade l’impensabile: con la comparsa di assurdi petali in digitale sullo schermo, lui la porta a fare surf; la sera (i genitori di lei non si fanno domande), vanno a casa di Alex dove lei lo seduce, in una sequenza degna de La liceale con Gloria Guida. Inizia una tenera e pallosissima storia d’amore, rinvigorita soltanto dall’appuntamento a 8 che Bova e i tre amici quarantenni organizzano con le tre zoccole 17enni. Tutto sembra andare a gonfie vele, anche perchè lui vince la gara pubblicitaria spedendo il rivale a Lugano, quand’ecco che la ex compagna ritorna. Qui uno dice “eh no, ti piacerebbe che lui mollasse una fanciulla in fiore per una trentacinquenne insopportabile”, invece no, lui molla la baby-baldracca e si rimette con lei (anche se, cercando su Internet, abbiamo deciso di non dargli proprio del tutto torto). La scoperta di un tradimento (che per il modo in cui si consuma e il modo in cui Bova lo scopre è un virtuosismo trash senza pari) lo fa tornare da lei; alla fine vivono felici e contenti dentro a un faro.
Ok, il film fa veramente schifo, come tutte le opere di Moccia; ma meno schifo di quanto uno si aspetta. Innanzitutto, sono lontane le inquadrature morbose e i dialoghi un pò pedofilucci di Amore 14; Moccia punta alla grana grossa e al pubblico un pò più maturo delle solite 13enni. Il regista vira sulla celebrazione della romanità più coatta: lo studente che traccia un ardito paragone tra Giacomo Leopardi e Francesco Totti rappresenta, in questo senso, una scena madre. Non male anche Bova che va dall’investigatore per scoprire se il suo migliore amico è cornuto e viene accolto dalla di lui segretaria, una stangona scollata simile alle assistenti dei film di Tinto Brass. Non mancano le castronerie di montaggio che sono il marchio di fabbrica del teen-movie all’amatriciana: oltre ad una voce narrante assolutamente senza senso, la fanno da padrone le citazioni colte, sparse qua e là a sottolineare i momenti chiave del film, e l’ossessiva ripetizione di alcuni termini, soprattutto nella scena di sesso in cui il sottofondo è costituito dai seguenti sussurri: “gelsomini”, “dolce”, “braccia” e “ti voglio”. L’elemento drammatico, costituito dalla ragazza in coma, è solo ridicolo: innanzitutto la ragazza va tipo ai venticinque allora, insomma per finire in quelle condizioni dovrebbe travolgerla uno schiacciasassi; inoltre, le sue amiche la fanno risvegliare cantandole le canzoni di Ramazzotti, roba che se lo facessi io in ospedale sarei buttato fuori a calci. La ragazza è però protagonista di una mitica frase, appena uscita dal coma: “se mi diverto troppo finisco come lei”, riferito alla protagonista, giustamente umiliata per le sue tendenze baldraccheggianti. Altra scena splendida è quando lui la fotografa mentre dorme in posizioni oltraggiose e poi la usa per la sua campagna pubblicitaria, e lei invece di insultarlo e lasciarlo lo ringrazia! E i genitori sono contentissimi, ma certo, è proprio così anche nella realtà! Le musiche sono di una banalità sconcertante, ma nel complesso funzionano: lo staff si è sgolato per svariati minuti, intonando stonati canzoni di Irene Grandi e riconoscendo nel tema portante (intitolato Scusa ma ti chiamo amore, un inno all’originalità) un plagio di numerose altre canzoni.
In conclusione, Moccia ci ha favorevolmente sorpresi. Intendiamoci, rimane un cane della cinepresa e un troglodita nella sua descrizione dell’umanità come una progenie di coatti infedeli; c’è da dire, però, che nel suo squallore morale e filmico, riesce a produrre ottantacinque minuti di puro spasso. In ogni caso, lo sconsigliamo a chi volesse usarlo per far colpo su una ragazza; la signorina potrebbe non gradire la descrizione del sesso femminile come un branco di corpi da scopaggio.

Produzione: ITA (2008)
Scena madre: non una scena, ma una battuta. Pronunciata dall’avvocato viscido all’appuntamento multiplo con le adolescenti: “a me sta cosa che escono da scuola già m’eccita”. Senza parole.
Punto di forza: ok, sembrerà una battuta, ma la recitazione di Bova non è così pedestre come uno se lo aspetta.
Punto debole: troppo pudico nel suo messaggio maschilista: avremmo preferito che Moccia spedisse direttamente le protagoniste in cucina.
Potresti apprezzare anche…: Tre metri sopra il cielo, che comunque era più brutto.
Come trovarlo: ok, questa è una cosa curiosa che abbiamo scoperto: il film è stato distribuito anche all’estero! Che bella presentazione per il cinema italiano!

Un piccolo assaggio: (la Mocciamania contagia anche gli inglesi! Vade retro, britanni!)

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Pubblicato il gennaio 27, 2013, in 2000 - 2009, Altri Capolavori con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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