Gli eredi di King Kong

Il vero cinemasochista avrà un orgasmo di fronte a cotanta pupazzosità!

Il vero cinemasochista avrà un orgasmo di fronte a cotanta pupazzosità!

Di: Ishiro Honda
Con: Haruo Nakajima, Masao Fukazawa, Tadaaki Watanabe

L’insana passione dello staff per il cinema di mostri giapponese è cosa nota. Ishiro Honda, pioniere di questo genere cinematografico (creatore, fra gli altri, del primo Godzilla) è senza dubbio un Maestro: in questa pellicola del 1968, la nona della saga del Godzillone, Honda realizza un pasticcio assurdo in cui fa scontrare tutti i mostri comparsi fino a quel momento in un tripudio di modellini, petardi e mimi in costume! Le prime scene, con un’astronave di plastica che sfreccia (molto letargicamente, a dire il vero) verso i cieli infiniti, lasciano intuire di che tipo di pellicola si tratti. Ma non c’è spazio per queste sciocchezze, ed ecco che subito sono presentati i mostri: come in un episodio dei Pokemon, viene detto il nome e mostrata la principale abilità di ognuno (nel caso di Godzilla, bullarsi come un rapper del ghetto). In pratica, i mostri sono tutti rinchiusi in un’isola (come facciano a non ammazzarsi tra loro, non si sa) e se provano a scappare sono investiti da un gas tossico. Gli scienziati che controllano la struttura, tra cui la fidanzata del protagonista, che la maltratta regolarmente, sono rintanati sottoterra, ma questo non li salverà, poichè un fumo giallo di origine ignota li stordirà e porterà via i simpatici animaletti a loro affidati. Il momento che tutti aspettavamo è arrivato: come intimidazione, i rapitori alieni mandano i giganti a devastare le principali città del mondo. Ecco che, in una sequenza di effetti speciali degna di un film amatoriale tra amici, un serpentone tira giù un ponte, Rodan sparge il terrore volando (la sua posa è quanto di più inadatto al volo possa esistere, e al suo passaggio si sente il rumore di un quadrimotore della Seconda guerra Mondiale!) e Godzilla, che è il solito burino, va a cercare la rissa a New York, bombardandola di onde energetiche e distruggendo la centrale elettrica, modellino che non manca mai in questo tipo di film. Responsabili di tale scempio visivo, che purtroppo dura davvero poco, sono delle aliene vestite come suore trash con tanto di brillantini e cuffietta grigia. Tutto sembra perduto, quando il dottor Buracchi (no, non si chiama Buracchi, ma i nomi giapponesi sono una sfida alla mia già scarsa memoria) inventa un meccanismo per riportare i mostri a più miti consigli. Si prepara così la battaglia finale: i pupazzoni attaccano tutti insieme la base dei cattivi sul monte Fuji, e dopo una dura battaglia, complicata dall’apparizione (stile Madonna di Lourdes) di King Ghodirrah, un drago a tre teste che comunque nulla potrà contro i nostri ridicoli eroi. Distrutta a calci la base dei cattivi, Godzy riporta la pace nel mondo, se ne torna con i suoi compari sull’isola e saluta i bambini in un finale davvero stucchevole, anche per un target infantile come quello cui Honda si rivolge.
Lo abbiamo già spiegato in molte recensioni: l’ingenuità e la puerilità di film del genere è spesso una precisa trovata di registi e sceneggiatori per renderli più “leggeri”. Questo, e solo questo, separa Gli eredi di King Kong dalla lista dei capolavori assoluti. Iniziamo con il dire che il titolo italiano è una bieca trovata commerciale dei distributori italiani, giacchè dello scimmione non v’è traccia. Ma questo è insignificante: con questa delizia, Honda sfrutta al massimo la componente di ridicolo presente in qualunque film giapponese con animali giganti. Se è vero che la prima parte non è niente di speciale, è lo scontro finale (che dura ben mezz’ora!) a costituire uno spettacolo esaltante: ai poveri attori resi goffi dai costumi viene lasciata una libertà totale: lo scontro tra i mostri e Ghidorra è una sequela assurda di pedate in faccia, calci nelle palle, morsi, pugni e gestacci che non si vede neppure in una rissa di un bar a Caracas. Godzilla, più in forma che mai, mena più dell’Antonio Inoki dei tempi belli, dirige i compagni, distrugge i nemici a suon di calcioni e si permette di far scendere in campo l’insignificante figlio Minilla, che a livello di combattimento vale quanto il due di picche, ma ha un’espressione, se possibile, ancora più assurda e scombiccherata di quella paterna. Ogni combattimento è “presentato” da un signore anziano che parla come Ciccio Valenti quando commentava il wrestling! Altre scene memorabili: le palle di pietra trovate da un pecoraio sui monti (che se ho ben capito servono per controllare i mostri), le armi giocattolo che sono un incrocio tra il Super Liquidator e il tubo per il silicone, le immagini di repertorio (incendi e documentari sulla vita marina) appiccicate per allungare il minutaggio con evidente differenza di fotografia. Ogni minuto è costellato da cose assurde, insensate e incredibilmente camp.
La cosa divertente di tutto questo è che il film non è neppure male, ok, ha i difetti classici del cinema fantascientifico giapponese, ma non annoia veramente mai!

Produzione: Giappone (1968)
Scena madre: forse la più lunga scena-madre della Cinewalkofshame, ovvero il combattimento finale.
Punto di forza: non ci stancheremo mai di ripeterlo, questi film non sono MAI noiosi, sono divertenti e fanno ridere. Non è poco per un genere intero.
Punto debole: con un simile filotto di mostri ridicoli, forse Honda poteva realizzare un qualcosa di mai visto, l’apice assoluto del trash. Ma noi ci accontentiamo!
Potresti apprezzare anche…: Ai confini della realtà (Godzilla VS Megalon), così potrete confrontare lo stile di Honda con quello di Fukuda.
Come trovarlo: la Cecchi Gori ha distribuito parecchi filmacci giapponesi di questo tipo in DVD.

Un piccolo assaggio:  (il trailer è tutto un programma)

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Pubblicato il marzo 16, 2013, in 1959 - 1969, Godzilla & Friends con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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