Sexual parasite – Killer pussy

Inguardabile a partire dalla locandina.

Inguardabile a partire dalla locandina.

Di: Takao Nakano
Con: Sakurako Kaoru, Natsumi Mitsu, Tomohiro Okada

A costo di essere accusato di qualunquismo orientaleggiante, devo fare questo paragone: avete presente quando, in visita a un mercatino, vi fermate davanti alla bancarella dei cinesi? Sapete che troverete solo della roba tarocchissima e di dubbia utilità, ma non potete esimervi dal contemplare cotanta trashosità. Ecco, questo film, come tutte le pellicole di Nakano in generale, è l’equivalente cinematografico di quella sensazione. E’ farlocco all’inverosimile, visibilmente un pretesto per mostrare un pò di splatter e di sesso a buon mercato, eppure attrae. In questo caso il pretesto è la mitica leggenda della “vagina dentata”, incubo di ogni uomo. La tradizione viene recuperata con l’invenzione di un pesce-verme, chiamato Apalacha Mogeta, che infetta le fanciulle trasformando i loro genitali in macchine di morte. A farne le spese sono tre ragazze (ma soprattutto due ragazzi) che si fermano in un bosco. La trama è scontatissima: una delle ragazze contrae il virus e, nel modo più gradevole al mondo (rapporti sessuali totalmente a caso e totalmente promiscui) lo trasmette agli altri quattro imbecilli, che non sospettano nulla nonostante le varie stranezze accadute. La pattuglia dei vivi si riduce sempre più, e nonostante gli sforzi della tettona superstite (che si arma di lame, cacciaviti e attrezzi vari nonostante possieda una pistola carica) il parassita non verrà fermato, e sarà proprio lei a continuarne la riproduzione ai danni di un insulso autostoppista ingrifato.
E’ davvero difficile dare un senso a Sexual parasite, noto anche come Killer pussy. L’unica cosa certa è che trattasi di un film tipicamente giapponese: tette giganti, mostri tentacolati, robe sessuali strane, scolarette sexy e censura dei genitali. La storiella del parassita passa alla fine in secondo piano, e a nessuno spettatore frega molto di come andrà a finire. Accettato questo, i cinquantanove minuti di “film” si dipanano tra una scena assurda e l’altra: nella maggior parte dei casi, non c’è un vero e proprio legame causa-effetto e il senso finale della sceneggiatura è affidato allo spettatore. Di buono c’è che, con un budget che immaginiamo non superiore alle ventimila lire, il maestro Nakano riesce a tirar fuori della roba veramente schifosa e raccapricciante, soprattutto per le spettatrici più sensibili. Ovviamente a far senso sono le situazioni in sè e non l’effetto: è impossibile provare schifo nel vedere degli intestini fatti con cuscini, rane e tentacoli digitali e chili di yogurt spacciati per sostanze tossiche che fuoriescono da tutti gli orifizi delle protagoniste (con un effetto talmente approssimativo da fuoriuscire dai margini dei corpi sconfinando nel dadaismo più assoluto.
Assolutamente inutile cercare un senso nelle azioni dei protagonisti: tutti fanno cose strane e improvvisate, i cui scopi finali sono sempre, essenzialmente due: una scena splatter e le protagoniste che mostrano le tette (non che ci dispiaccia). Tra le scene più insensate: i tre superstiti vedono un cadavere e scappano in tre direzioni diverse, andando incontro alla morte; il ragazzo che, dopo aver visto i cadaveri delle amiche, accetta la (a dir poco sospetta) proposta di una di esse di trombare, permettendole ovviamente di infettarlo col parassita evirandolo; la canzone Se sei felice e tu lo sai batti le mani tradotta in giapponese, non pensavamo esistesse e invece sì; il dottore incappucciato che spunta fuori alla fine solo per puntare la pistola (ma non usarla), piangere sulla moglie morta e poi morire anch’egli. In quanto al finale, è più prevedibile della tamarraggine in un film di Michael Bay.
Cinquantanove minuti di assurdità senza senso, tra effetti caserecci e scene porno-soft. Se non altro dura poco. E Nakano ha il merito incredibile di fare un film sulle infezioni ai genitali senza poter mostrare i genitali per motivi di censura. Una curiosità: digitare il nome di Natsumi Mitsu su Google equivale a un viaggio nello strano mondo del porno giapponese. Si capiscono molte cose sulla sua recitazione.

Produzione: Giappone (2004)
Scena madre: ce ne sarebbero parecchie, piene di sesso e violenza. Quella che fa più ridere è però, sul finale, l’agguato a bastonate tra due ragazze. Quella che picchia non ci mette nessun impegno, e le botte che riesce a dare sono più finte del mitico schiaffo subito dal maestro Andolfi in Riecco Aborym.
Punto di forza: la sesta abbondante di quasi tutte le protagoniste.
Punto debole: Nakano non riesce a raggiungere le vette di divertimento presenti in Big tits zombie, e Sexual parasite finisce per essere trash fine a sè stesso. Non è del tutto inguardabile, comunque.
Potresti apprezzare anche…: Big tits zombie, in cui Nakano affina le capacità e raggiunge il massimo livello di risate e nonsenso.
Come trovarlo: in lingua originale si trova abbastanza facilmente; ovviamente nessuno l’ha mai distribuito in italiano o sottotitolato. Se vi va bene lo trovate con i sub in inglese come noi, ma vi assicuriamo che i dialoghi non hanno nessuna importanza in film come questi.

Un piccolo assaggio: (guardate qui che bella roba)

1,5

Pubblicato il luglio 3, 2013, in 2000 - 2009, Godzilla & Friends con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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