I 10 stereotipi dei b-movies d’azione – Parte I

Iniziamo oggi un viaggio nel magico mondo degli Z-movies d’azione, una sottocategoria molto popolosa dei film d’azione in generale. Norris, Seagal, ma anche i più blasonati Stallone e Schwartzenegger: la serie Z non fa sconti a nessuno, neppure ai veterani. Ricadere nello stereotipo è facile, facilissimo. Contrariamente all’horror, che è un genere che per caratteristiche intrinseche permette una grandissima varietà (anche se ci occuperemo pure di quello), l’azione ha degli elementi codificati negli anni.
Uscire da questi “codici” non è semplice: chi ci riesce realizza in genere un grande film d’azione, una pellicola anche di spessore.
La maggior parte dei registi e degli sceneggiatori ci si adagiano, e il prodotto finale è un film action senza infamia nè lode, in cui spesso attori di fama e un alto budget permettono di coprire i difetti peggiori. In questa categoria rientrano, a mio avviso, quasi tutti i film d’azione.
Una parte degli addetti ai lavori, però, non si accontenta di ricalcare codici obsoleti: li usano, ne abusano, li tirano per la giacca sfruttandoli oltre il limite che la decenza imporrebbe. E’ così che nascono gli Z-action, è così che la categoria “azione” del nostro blog nasce e fiorisce. E sono questi che andremo ad analizzare. Ecco i 10 stereotipi, le dieci cose che devi sapere prima di guardare un film d’azione becero.

1 – IL NERO

1 - Il nero.jpg

Dovunque vada, in tv o al cinema, Chuck Norris non si muove mai senza il suo nero di fiducia.

“questo l’ho già visto, che film ha fatto?”
“ma sì, era il nero di [inserire titolo]!”

Gli statunitensi bianchi hanno un rapporto molto complesso con gli afroamericani, che costituiscono una grossa fetta di loro concittadini: parliamo di uno Stato che ha eletto per ben due volte un nero alla Casa Bianca, ma è ancora ben lontano da una reale eguaglianza di diritti. Queste loro paturnie socio-razziali si proiettano nei B-movies d’azione, di cui gli USA sono i maggiori produttori al mondo. Ormai in ogni film d’azione brutto c’è almeno un nero, ma raramente è il protagonista. Qualche volta è il cattivo, ma questo mal si coniuga con il “politicamente corretto” che in fondo attraversa il cinema action americano.
Allora c’è “il collega nero”, “l’amico nero”, spesso elemento di un gruppo di persone che hanno come unica utilità quella di servire la battuta giusta al protagonista (generalmente un bianco). Spesso questa figura si fonde con quella dell’amico scemo (punto 8); molte volte, il nero è un personaggio autoironico sulla propria condizione: chiama “negro” gli altri neri, è suscettibile alle battute a sfondo discriminatorio, nei casi peggiori ascolta hip-hop di dubbio gusto e si veste come un tamarro. Essendo gli USA la culla del “melting pot”, il nero ha avuto negli anni una sua evoluzione: di volta in volta viene sostituito con “il messicano”, “l’ispanico”; ovviamente anche questi sono solo (ben che vada) una spalla per il protagonista bianco, e la sfumatura di marrone della loro cute preclude loro un ruolo più importante nella trama.
Questo topos si è diffuso nel tempo anche al di fuori dell’ambito cinematografico, andando a contaminare anche quelle serie tv più clamorosamente americane: il ranger afroamericano Trivette di Walker Texas Ranger e il pacioso nativo americano Sixkiller di Renegade ne costituiscono certamente gli esempi più noti: il loro ruolo è quello di entrare in scena, dire due-tre cazzatine, prendere un sacco di mazzate e aspettare che il protagonista venga a salvargli la vita.
In molti casi, peraltro, il nero\ispanico\indiano ha pure una bella famiglia, composta da moglie e figli rigorosamente della sua stessa etnia. Va bene votare, va bene diventare presidenti e salvare le chiappe al culturista di turno, ma non vi allargate troppo eh! Giù le mani dalle donne bianche!
Esempi: il ranger Trivette (Walker Texas Ranger), Sixkiller (Renegade), ma anche Calvin (Hellbound – All’inferno e ritorno) e Sugar (Sabotage). In questo ruolo c’è solo l’imbarazzo della scelta.

2 – HAPPY FAMILY

2 - Happy Family.jpg

Nella famiglia di Chuck Norris il figlio esce dalle regole stabilite dall sterotipo e segue le sue orme, insudiciandosi e uccidendo gli sporchi vietcong comunisti.

“bentornato, caro! Com’è andata a lavoro?”
“lascia andare la mia bambina!”

I produttori sarebbero molto contenti di poter fare film d’azione pura, in cui, cioè, non si vede altro che il brutalone protagonista che corre, spara e uccide. Purtroppo per loro, le regole del mercato li obbligano ad inserire almeno uno straccio di trama e addirittura dei personaggi di contorno, tra cui non può mancare una famiglia.
La famiglia al cinema è un elemento vecchio come il cinema stesso: in molti film essa è ininfluente nella logica narrativa, ma serve a creare un coinvolgimento dello spettatore: chi di noi ha una famiglia, e cioè praticamente tutti, non può non sentirsi coinvolto e non identificarsi con quella del protagonista, che, spesso, cerca principalmente di difenderla. Questa è psicologia spicciola, c’è poco da fare. Ecco. Il fatto è che a chi crea gli action-trash dei sentimenti e della psicologia non frega palesemente un cazzo: inventare una moglie e un figlio\figlia è lungo e difficile, meglio copiarli da film precedenti chè tanto allo spettatore non importa niente dell’approfondimento psicologico.
Grazie a questo meccanismo, gli schermi (spesso televisivi) sono invasi da mogli che sono un pò il sogno bagnato del Partito Repubblicano americano: belle, giovani, toniche (anche quando i mariti sono dei vecchi babbioni tipo Schwartzy o Sly Stallone over 65, anche perchè spesso sono anche i produttori e vogliono la gnocca), accompagnano il proprio marito senza fiatare, ne appoggiano incondizionatamente le gesta anche quando sono più che discutibili e l’unico desiderio che hanno è aspettarlo a casa per preparargli la cena e regalargli la più abusata delle trombate non inquadrate. I figli si dividono invece in figli maschi ansiosi di emulare il padre e figlie femmine: in genere tra di loro e il padre vi è un fortissimo conflitto generazionale, perchè loro sono degli adolescenti viziati e il padre non capisce che chiamare “bimba” la propria figlia di 17-18 anni che si comporta come una baldracca al liceo e si alcolizza più di Paul Gascoigne non è una buona idea per cementare il rapporto.
Tutto questo crea però un effetto collaterale (che vedremo nel punto 3), ovvero che moglie e prole del protagonista portano più sfiga di un gatto nero che rompe uno specchio: le probabilità che il cattivo di turno li faccia fuori (per sbaglio o no) sono altissime. Pertanto, se in aereo o in treno vi ritrovate il parentado di Chuck Norris, Steven Seagal o Schwartzy, bè, prendete quello dopo.
Esempi: Shadow Man – Il triangolo del terrore, Rombo di tuono 3, ma anche produzioni più ricche e mainstream come Io vi troverò.

3 – LA VENDETTA PERSONALE

3 - revenge.jpg

Nel sottovalutato Kickboxers, Jean-Claude non è il protagonista, ma il cattivo su cui si riversa la vendetta del ragazzotto al centro del film.

Che cos’hanno in comune Steven Seagal e Mario Merola? No, non sto parlando della trippa, malpensanti. Ovviamente, la sete di vendetta. Abbiamo parlato della stereotipata famiglia del protagonista, ora vediamo che rapporto ha essa con l’azione. In un disperato tentativo di rendere un filmaccio d’azione più coinvolgente, gli sceneggiatori si accaniscono spesso contro gli innocenti familiari del burino in questione. Nel migliore dei casi, il cattivo vuole vendicarsi del buono, e qui restiamo nel campo della banalità. Nei film più spassosi, gli infamoni antagonisti vogliono solo ammazzare\rapire\farne di tutti i colori della gente, e per puro caso ammazzano\rapiscono\perseguitano qualcuno che è caro al Seagal di turno. Questa trovata è rapidamente degenerata in soggetti imbarazzanti, in cui praticamente questi poveracci attirano le sventure come una calamita, con esempi estremi in cui a fare una brutta fine sono anche persone non direttamente vicine al protagonista (fidanzati di figlie, fratelli della moglie, amici di amici, molto spesso la ex moglie).
Perchè tanta ferocia? Per quanto dicevamo prima (coinvolgimento dello spettatore, o almeno vano tentativo di ottenerlo) e per una ragione meno esplicita: dare una giustificazione logica e morale a quanto viene dopo, ossia il deflagrare della furia omicida del protagonista. Vedere Steven Seagal, che magari è pure un poliziotto, violare la legge, minacciare innocenti e fare stragi per vendicare un perfetto sconosciuto ci fa storcere il naso, troppo cattivo, troppo “politicamente scorretto”. Ma se gli toccano la famiglia, vogliamo condannare questo pover’uomo?
Ricordiamo che il pubblico a cui questi registi e produttori si rivolgono non è lo standard medio garantista europeo, ma quello, tradizionalmente più rude, americano, di quegli americani beceroni con il santino di Bush padre e figlio in salotto e che considerano il possesso di armi da guerra un diritto un gradino sopra quello al voto e alla libertà di espressione. Al mercato non si comanda, la vendetta è sacrosanta. Zitti, moralisti!
Esempi: tutto il cinema d’azione (non necessariamente di serie Z, anche se in questo genere il confine è spesso sottile) di giustizieri e vigilanti. Steven Seagal ne ha fatto un genere, Mario Merola lo ha fatto prima di lui (con la variante che spesso Merola interpretava un criminale). Per restare tra quelli da noi recensiti, Kickboxers – Vendetta personale e Una magnum per McQuade.

4 – LA FISICA NON E’ UN’OPINIONE

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Ecco cosa succede a qualsiasi oggetto in un classico B-movie d’azione. Almeno finchè durano gli sghei, poi tutto esplode fuori campo.

Il cinema d’azione, anche quello che costa miliardi, richiede da parte dello spettatore una certa dose di sospensione dell’incredulità. Trattandosi di un genere piuttosto semplice (botti, botte, boom!, sbram!, i buoni vincono) è naturale che certi sviluppi risultino inverosimili (il buono vince sempre, sempre, SEMPRE, e riesce sempre a cavarsela anche quando non sarebbe fisicamente possibile). In genere (ma non sempre, anzi, questo è uno degli stereotipi più democratici, chè riguarda anche film di alto livello) le pellicole dalla serie B in poi si caratterizzano per un grado di assurdità decisamente alto per quanto riguarda le leggi della fisica.
Quante probabilità ci sono che un’automobile esploda, salvo che sia imbottita di dinamite? Poche, pochissime. E un elettrodomestico? Ancora meno. La verità è che le multinazionali dell’auto e dell’oggettistica casalinga combinano molte cose sporche, inquinano l’aria, truccano i bilanci, ma raramente uccidono i propri clienti con esplosioni. La verità è che l’esplosione è la più classica delle scene che eccitano il pubblico avvezzo a questi film. D’altra parte, chi di noi da adolescente non faceva esplodere le cose per puro sollazzo? Ah, solo noi? Va bè, non vi abbiamo detto niente.
Saltare alto quattro metri e lungo dieci è difficile, anche se avete ricevuto un addestramento militare meticoloso: eppure nei film d’azione ci si riesce facilmente, soprattutto se siete i protagonisti. Se siete dei cattivoni, o più semplicemente dei personaggi secondari assolutamente inutili, il salto ve lo sognate: il protagonista scappa balzando da un tetto all’altro, voi vi sfracellate. Cazzi vostri. Anche camminare sui treni in corsa e fare inseguimenti ai 300 all’ora in città affollatissime senza uccidere nessuno sono privilegi che a voi povere comparse non sono concessi.
Va detto che tutto ciò non riguarda esclusivamente il cinema americano: i remake turchi di famosi film d’azione, per dire, hanno portato a un livello ancora più elevato il concetto di “disprezzo per le leggi fisiche”. Anche quello di “delirio”, a dirla tutta. Ma gli USA rimangono la patria di queste burinate, non foss’altro che per il fatto che dietro a certi film ci sono milioni e milioni di dollari spesi, e si tende a pensare che uno che prende un milione di dollari per sceneggiare una vaccata con Steven Seagal un pò di impegno ce lo metta. No, eh?
Esempi: praticamente tutti i film d’azione recensiti sul nostro blog.

5 – FULLCLIP

I più nerd tra voi (o semplicemente chi è stato, come me, un adolescente sfaccendato per qualche tempo) ricorderanno che la parola “FULLCLIP”, in un noto videogioco (GTA – San Andreas), conferiva al personaggio principale un numero illimitato di munizioni per qualsiasi arma. Io immagino certi registi come degli adolescenti insoddisfatti, che da sempre sognano di portare su schermo la propria “astuzia” di videogiocatori, e trattano i propri personaggi come fossero in un videogioco. In teoria non dovrebbe essere difficile contare il numero di munizioni in un’arma, studiare una scena e poi girarla facendo in modo di non strafare. Una soluzione accettabile potrebbe essere (la butto lì) quella di dotare i personaggi di armi più capienti, così da non dover ridurre la spettacolarità delle scene. Per fortuna i beceri sceneggiatori di action-trash se ne sbattono delle “soluzioni accettabili”, e se serve che quella fottuta pistola spari trenta fottuti colpi nonostante il fottuto caricatore da sei, bè, li sparerà!
A proposito di pistole e fucili: sparare non è una passeggiata, il rinculo di molte armi è più marcato di quanto si pensi. Per questo, generalmente la pistola si usa con entrambe le mani. Nella realtà. Nei film d’azione invece si spara tranquillamente con una, a volte senza neanche guardare. Se hai un numero infinito di colpi, che ti frega di sbagliare mira? Anche perchè, ricordiamolo, nei film d’azione la mira la sbagliano solo i cattivi e i personaggi secondari: il protagonista è per definizione un cecchino.
Queste incongruenze (spesso dei veri e propri errori) sono interessanti perchè non si basano tanto sull’ignoranza dello sceneggiatore, quanto su quella dello spettatore: in teoria, noi non sappiamo niente di sparatorie e ferite da arma da fuoco. Il concetto, per quanto discutibile, potrebbe avere un senso, se non fosse che spesso l’ignoranza presunta del pubblico è davvero troppa (che una normale pistola non abbia cinquanta-sessanta colpi lo potevamo intuire anche noi profani), soprattutto quando parliamo del pubblico americano, che di armi se ne intende.
Esempi: sarebbero davvero tanti, ma uno in particolare lo trovo irresistibile, e lo posto qua sotto: è Komodo VS Cobra. Contate i colpi sparati dal protagonista.

Qui la seconda parte. Stay hungry, stay sequel apocrifo di Fragasso.

Pubblicato il dicembre 9, 2015, in Manuale di fenomenologia della serie Z con tag , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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